Dal Corriere della Sera del 22 maggio 2026
Paola Marella non c’è più dal settembre 2024, ma il suo profilo Instagram è ancora attivo, con quasi 600mila follower. Migliaia di persone che non hanno smesso di apprezzare l’architetta e conduttrice tv diventata nota per le trasmissioni «Vendo Casa Disperatamente» e «Cerco Casa Disperatamente» su Real Time e continuano a seguire quello che postano il figlio Nicola e il marito Domenico Traversa, che hanno creato una Fondazione dedicata all’amatissima designer.
È proprio della Fondazione Paola Marella che vuole parlarci quando Domenico Traversa telefona: è nata un anno fa, ma ha già realizzato qualcosa di concreto. «Non volevamo essere fra i tanti che raccolgono fondi per la ricerca, che è un lavoro importantissimo, ma poco tangibile – mi spiega -. Il nostro intento è di provare a dare risposte ai problemi e bisogni che vivono oggi i malati di tumore del pancreas, i loro familiari e i medici che li curano».
Molto riservato, come sempre lo sono stati nella loro lunga vita di coppia lui e la stilosa agente immobiliare, si appassiona però quando racconta dell’associazione «voluta per mantenere viva l’eredità di una donna, moglie e mamma, che anche nei momenti più difficili ha saputo guardare oltre il dolore, trovando sempre la via per generare bellezza, speranza e cambiamento».
È per questo che avete deciso di tenere attivi i suoi canali social?
«Sì, anche per questo. Tenere aperti i suoi profili social significa permettere a Paola e alla sua voglia di vivere di continuare a esistere, di raggiungere altre persone e di trasformarsi in qualcosa di utile. In questi mesi abbiamo capito che non si tratta solo di custodire una memoria: le persone continuano a seguire il suo profilo, a scrivere, a cercare in quello spazio un segno, una vicinanza, un senso. Non sono un archivio fermo, ma uno spazio vivo».
«Voglio vivere» è il nome di una cartella salvata sul computer di Paola, che avete trovato dopo la sua morte…
«Conteneva le sue, le nostre foto più belle, quelle preferite e dei momenti felici. Dice tutto del suo modo di stare al mondo e di come ha affrontato la malattia. Così, oggi, i canali social non raccontano più solo Paola Marella, ma portano avanti il suo sguardo sulla vita e sostengono le iniziative nate nel suo nome».
E lei come sta oggi?
«È una domanda difficile e la risposta non è semplice. Si dice che il tempo aiuti a lenire il dolore, ma due anni sono pochi quando si perde una persona così centrale come Paola. La mancanza resta, ma si trasforma. Non è una linea retta: ci sono giorni più leggeri e altri in cui si fa sentire con più forza. I ricordi affiorano quando meno te lo aspetti, nelle cose di tutti i giorni, e continuano ad accompagnare il presente. Diciamo che il dolore cambia forma: non scompare, ma trova uno spazio diverso».
Aver dato vita alla Fondazione aiuta?
«Quel vuoto che abbiamo dentro stiamo provando a trasformarlo in qualcosa che abbia senso anche per gli altri, attraverso ciò che stiamo costruendo nel suo nome».
Sua moglie aveva molte conoscenze nel mondo dello spettacolo, amicizie fra i volti noti. Li vedete ancora? O, una volta spente le luci dei riflettori, sono spariti tutti?
«In realtà il suo mondo non era fatto solo di “conoscenze dello spettacolo”. Paola aveva anche amicizie profonde, costruite nel tempo e fuori dai riflettori e a tutti dedicava tempo e attenzioni anche negli ultimi tempi cercando sempre di essere disponibile per gli altri. Tutti, forse anche per questo, ci sono stati e continuano a esserci vicini, con discrezione e costanza, senza mai far mancare la loro presenza. Per noi questa vicinanza è importante, perché non è solo affetto: è continuità. È la dimostrazione che quello che Paola ha costruito non si è esaurito con la sua assenza, ma continua a vivere nelle persone che le hanno voluto bene e che oggi scelgono di restare presenti».
Non vi hanno lasciato soli…
«No, ci sono amici che restano semplicemente “in ascolto”, altri sono presenti in modo più concreto sostenendo le iniziative della Fondazione. E poi c’è la comunità di persone che la seguiva sui social e che nel tempo si è riconosciuta nel suo modo di raccontare la vita e il lavoro. Da loro riceviamo quotidianamente messaggi di incoraggiamento, ricordi e testimonianze di affetto, che arrivano da persone diverse e spesso lontane tra loro, ma unite da uno stesso legame».
Sua moglie è morta per un tumore del pancreas, malattia ancora oggi difficile da curare, sia per l’area del corpo in cui si sviluppa, sia perché viene spesso scoperta tardi. Cosa ha deciso di fare la Fondazione Paola Marella?
«Il carcinoma del pancreas rappresenta una delle sfide più complesse dell’oncologia: prognosi spesso sfavorevole, strumenti diagnostici limitati, complicanze frequenti e opzioni terapeutiche ancora insufficienti rendono ogni decisione clinica particolarmente delicata. In questo contesto, la sola consultazione delle linee guida non sempre basta: servono una grande esperienza dei medici, confronto diretto e collaborazione tra vari specialisti. Per questo abbiamo lanciato il progetto “POP – Pancreatic Oncology Preceptorship”: un innovativo percorso di tutoraggio per giovani oncologi, interamente finanziato dalla nostra Fondazione».
Qual è l’obiettivo del progetto?
«La finalità è quella di promuovere una rete di eccellenza nella gestione del tumore al pancreas, con l’obiettivo di garantire cure uniformi e di alta qualità su tutto il territorio nazionale. In pratica si tratta di un programma di formazione per i giovani oncologi che affiancano professionisti esperti, condividendo casi reali e strategie terapeutiche aggiornate, con un costante focus sull’ottimizzazione del rapporto rischio-beneficio. Dopo l’edizione pilota, realizzata a dicembre all’Ospedale San Raffaele di Milano sotto la supervisione del Professor Michele Reni, sono già partite nuove edizioni al San Raffaele e al Niguarda di Milano. A breve il programma arriverà anche al Policlinico di Foggia».
Insomma, l’obiettivo è fare in modo di avere più medici competenti e preparati a trattare un tumore così difficile, anche in ospedali più piccoli?
«Sì, “POP” ha anche una valenza culturale importante: consente ai giovani oncologi di inserirsi in équipe multidisciplinari consolidate, osservando modelli organizzativi e processi decisionali condivisi. Le conoscenze acquisite vengono poi trasferite nei centri di origine, favorendo la collaborazione tra strutture e contribuendo alla costruzione di una rete nazionale di eccellenza. Tutto con un approccio “sul campo” che rende l’apprendimento più diretto ed efficace, aiuta ad affrontare situazioni complesse e rafforza le competenze, rendendole subito applicabili nella pratica clinica».
C’è in programma anche qualcosa per i malati e i loro familiari?
«Abbiamo appena lanciato la “Community POP”, progetto pensato per rafforzare la rete tra medici, pazienti e strutture sanitarie, con l’obiettivo di migliorare la gestione della cura del tumore al pancreas. Si tratta di una piattaforma digitale integrata nel sito della Fondazione Paola Marella, concepita per favorire la condivisione continua di competenze, esperienze cliniche e informazioni».
Vera Martinella
