In occasione delle festività natalizie, le spedizioni riprenderanno a partire dal 15 gennaio.

“POP – Pancreatic Oncology Perceptorship”: cosa dicono gli oncologi

Si è da poco conclusa l’edizione pilota del corso “Pop – Pancreatic Oncology Perceptorship”, che si è svolta al San Raffaele di Milano sotto la supervisione del Prof. Michele Reni e promossa e finanziata da “Fondazione Paola Marella”. Questo innovativo percorso di tutoraggio ha offerto a tre giovani oncologi l’opportunità di immergersi nella pratica clinica avanzata, confrontarsi con casi complessi e sviluppare nuove competenze in un contesto stimolante e collaborativo.

Ci fa piacere condividere con voi le impressioni di un oncologo che racconta in prima persona cosa ha significato vivere questa innovativa esperienza.

Cosa l’ha colpita di più di questo modello di tutorato rispetto alla formazione tradizionale?

Il percorso ha favorito un confronto diretto e continuo, fortemente arricchito dagli spunti provenienti dalla real clinical practice, elemento di grande valore nella quotidianità clinica.

In che modo il confronto con altri oncologi provenienti da diversi centri ha arricchito la sua esperienza?

È stato particolarmente utile cogliere le criticità che si incontrano nei diversi setting assistenziali, soprattutto in contesti in cui la gestione clinica non è sempre lineare come in grandi centri di riferimento quali HSR o Niguarda.

Quali competenze o approcci acquisiti durante il corso pensa di poter integrare subito nella sua attività clinica?

Di grande interesse è risultata la maneggevolezza dello schema chemioterapico, confermata dai dati dello studio PACT21, così come l’attenzione dedicata al ruolo e all’interpretazione dei marcatori tumorali nella pratica clinica.

In che modo questa esperienza può contribuire a migliorare la qualità delle cure per i pazienti con carcinoma del pancreas?

Poter osservare dall’interno il funzionamento di un centro di riferimento ha permesso di comprendere meglio come affrontare e gestire alcune criticità organizzative e cliniche.

Quanto conta creare una rete nazionale di specialisti che si confrontano in modo continuo?

La creazione di una rete tra professionisti si conferma fondamentale: non solo per la condivisione di criticità e soluzioni, ma anche per costruire relazioni umane che aiutino a superare individualismi e dinamiche competitive poco produttive.

Quanto è importante che si sostenga non solo la ricerca ma anche la formazione clinica avanzata?

Ritengo che la formazione clinica sia, se possibile, ancora più rilevante della ricerca: senza una solida formazione, infatti, i risultati della ricerca rischiano di rimanere inapplicabili e quindi sterili.

Ritiene utile integrare l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie nella gestione clinica dei pazienti?

L’utilizzo di strumenti digitali e dell’intelligenza artificiale appare certamente promettente, in particolare per una gestione più efficiente delle cartelle cliniche e per la raccolta ed elaborazione dei dati.

Cosa le lascia, a livello umano, questa esperienza di tutorato?

Aver conosciuto colleghi di grande valore rappresenta uno degli aspetti più preziosi di questa esperienza: il confronto futuro sarà sicuramente più semplice e informale e potrà favorire, oltre alla crescita clinica, anche la nascita di nuove idee e di potenziali collaborazioni di ricerca.

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